Zampette rosa

C’era una volta un piccolo riccio, di quelli con le zampette rosa e il naso a punta. Se ne stava raggomitolato nella sua palla di aculei e quando aveva fame se ne andava gironzolando alla ricerca di cibo. Non aveva tanti amici e quando incontrava qualcuno si appallottolava e faceva finta di dormire.
Un giorno, mentre camminava alla ricerca di cibo, incontrò una piccola topina, con gli occhi grandi e il manto profumato. Aveva zampette piccole piccole e rosa come le sue. Iniziarono a chiacchierare e dopo un po’ il riccio si accorse che non si era appallottolato, ma che era rimasto a parlare con la topina. Il pensiero gli piacque e sorrise. Quando si salutarono si promisero di rivedersi nei giorni successivi e continuare a chiacchierare e, magari, cercare cibo insieme.
E così fu, nei giorni successivi si incontrarono di nuovo e parlarono a lungo e cercarono cibo insieme; organizzarono passeggiate e pic nic nei posti più belli della città; scherzavano e si tenevano a lungo per la zampa. A lui piaceva che avevano lo stesso colore delle zampe; a lei piaceva che quelle di lui fossero grandi e stringevano le sue proteggendola. Il riccio spesso sognava ad occhi aperti e immaginava di volare su un unicorno insieme alla topina e vedere tanti posti lontani insieme.
I giorni passavano veloci e il riccio e la topina trascorrevano tanto tempo insieme, ma ad un certo punto sorse un problema. Non potevano stare troppo vicini, anche se desideravano un contatto fisico maggiore del tenersi per la zampa: gli aculei del riccio ferivano la topina e impedivano che si potessero abbracciare. Il riccio era dispiaciuto e anche la topina era triste. Provarono far finta di niente ed accontentarsi di tenersi per mano, ma entrambi soffrivano.
Un giorno, mentre dormivano vicini, per un brutto sogno il riccio si agitò nel sonno e senza volerlo ferì la topina con i suoi aculei. La ferita era profonda e dolorante. Il riccio non sapeva cosa fare, non riusciva a pensare; la topina si curò e decise di tornare a casa sua. Per un po’ sarebbe stato meglio non vedersi. Il riccio non poté fare altro che accettare la decisione della topina e si appallottolò in un angolo triste e senza sapere bene come fare, ma certo che non avrebbero più volato a dorso di unicorno in paesi lontani. E pensò che se rimaneva appallottolato almeno non avrebbe fatto male a nessuno, soprattutto alla topina, anche se era triste di non poterla vedere più e tenerle la zampa né di poter parlare con lei, come facevano prima.

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Playa de tramuntana

Una piccola caletta riparata dagli scogli, l’orizzonte è una pennellata di azzurri, celesti, verdi, il mare quieto, la brezza fresca sulla pelle calda, le dita si sfiorano…

[Fonte dell’immagine]

Formentera, sogno di fine estate in 5 atti

#1
La mattina presto, il sole sorto da poco, l’acqua fresca, prima i piedi, poi le ginocchia e le cosce. Immersi fino al bacino, la pancia il petto, un tuffo! Poche bracciate e godersi il silenzio. Sfilarsi il costume, sfilare ogni pensiero dalla testa, libertà!

#2
Fare colazione, preparare la borsa e salire in macchina. Aprire la pianta dell’isola e decidere la spiaggia.
Arriviamo in spiaggia, sabbia bianca,soffice e calda, luce abbagliante, colori saturi e netti.
Stendere l’asciugamano, togliersi i vestiti e mettere i piedi in acqua. Maschera e tuffo.
Acqua cristallina, la luce filtra, pesci, grandi piccoli vicini lontani. Sabbia rocce posidonia.
Nuotare a lungo, polpi, pesci, stelle marine.
Uscire dall’acqua, stendersi al sole. Il calore che asciuga la pelle lentamente, il sale che rimane attaccato, chiudere gli occhi, sognare.

#3
Ora di pranzo. Dal ristorante vicino iniziano ad arrivare profumi allettanti. Ci vestiamo e ci avviciniamo al locale. Un tavolo a pochi metri dal mare, vino fresco, pesce alla brace, frutta. Una leggera brezza si infila tra i capelli, il viso rilassato, gli occhi sereni, la pelle che sa ancora di sale.
Torniamo in spiaggia, troviamo un posto all’ombra, stesi, gli occhi si chiudono. Bastano pochi minuti e il paradiso è realtà.

#4
Rientrare dal mare, doccia calda, asciugare i capelli all’aria aperta. Brezza leggera, tepore del tardo pomeriggio.
Vestito leggero, andare in spiaggia, la sabbia calda, aperitivo e chiacchiere seduti a terra, una musica lontana.
Il sole che piano piano si abbassa sull’orizzonte, da giallo diventa arancio e poi rosso. Tutto si fa rosa, silenzio. Il profilo delle barche e si scurisce. Silenzio.
Il sole affoga nel mare. Silenzio.
La discesa è veloce e costante, d’un tratto è scomparso. Un brusio lento riprende. Ci stropicciamo gli occhi, sorridiamo, ancora in silenzio per l’emozione. Ci alziamo lentamente e torniamo alla macchina. E’ ora di cena

#5
Un ristorante vicino la spiaggia, ancora pesce, innaffiato da sangria de cava. Scende giù che è una meraviglia, gamberi, calamari, pulpo, e ancora sangria.
Torniamo verso l’albergo, è ancora presto, “due passi sulla spiaggia, ti va?” “certamente!”
A passo lento, senza fretta, sulla passerella di legno che porta al chiosco, ormai chiuso.
La spiaggia è deserta e buia, illuminata dalle luci e dalla musica di un ristorante lontano, si sente qualche risata, poi solo la risacca sul bagnasciuga. Ci sediamo, il mare è quieto e nero, uno sguardo al cielo: un tetto di stelle ci avvolge. Stendersi è naturale, “1, 2, 3, 4, 5, …” “Che fai?” “Le conto” “Tutte?” “Tutte…”
Osservo il tuo profilo nella penombra, mentre intenta conti le stelle, una ad una, sorridi, sorrido. Sogno.

Il cielo sotto il mare

Quando torni in città dopo diversi giorni passati al mare, dove tutto era luce, tutto era colore, tutto era profumi, quando torni in città ti senti ebbro al contrario.

E un macigno di grigio e nuvole ti si posa sul petto.

L’inquietudine di non riuscire a respirare, a orientarti, la consapevolezza che non nuoterai più in acque limpide, che non ti immergerai più, che non guarderai più il cielo da sotto il mare…

Tra gli scogli

Camminarono a piedi nudi tra le rocce, fino a quando una parete più alta si aprì in una grotta e un piccolo specchio d’acqua era illuminato dal sole. Si voltò verso di lei, la strinse a sé e la baciò. I corpi si elettrificarono e ci volle un po’ prima che si staccassero. Lui rimase per qualche secondo inebetito, la osservò, era bellissima. Lei sorrise e iniziarono a cercare un modo per entrare in acqua tra gli scogli.

Sott’acqua

Disteso sul fondo del mare, osservo i raggi del sole infrangersi e distorcersi sulla superficie dell’acqua. Nella luce risalta la tua silhouette, non vedo il tuo volto, solo un braccio e una mano distesi verso di me. Mi chiami a te, risalgo, ancora in apnea, cerco i tuoi occhi nella maschera appannata. Sorridi, mi prendi per mano. Mi sottrai la macchina fotografica, scopri parti di me che non sapevo. Nuoto sereno nel mare inquieto.

Fiore di cactus

All’angolo di una strada, tra l’asfalto e il cemento, tra le spine cresce profumato e saturo il fiore del cactus.

Lo vedrai aperto nelle prime ore del mattino, con i petali aperti e i pistilli dritti, guarda il sole, lasciandosi abbagliare, non ha bisogno di molta acqua.

Non è strano, non è bizzarro, è forte e robusto, è piccolo e caduco, ha bisogno di protezione, ma con le sue spine ti tiene lontano.

Lo guardo, lo osservo, aspetto qualcosa, non so.