Il faro

Mi faccio largo tra gli scogli, raggiungo la sabbia, ora l’acqua è più bassa, tocco bene, la testa e il torace oltre la superficie. Sollevo la maschera, guardo la piccola insenatura davanti a me. Sei distesa, sonnecchi, la schiena dorata al sole, indossi solo lo slip nero. I capelli ambrati svolazzano nella brezza leggera.
Poco oltre osservo il nostro paradiso. Un’isoletta pianeggiante, poco più grande di un campo di calcio, la vegetazione bassa e solo alcuni pini a fare ombra su una radura.
Sulla cima di un piccolo promontorio il faro bianco e una casa quadrata, bianca e le finestre azzurre. La nostra casa. Il portico verso la spiaggia e un gatto appallottolato su un muretto. Poco più in là il molo di cemento e la barchetta di legno. Solo una cima la tiene legata alla riva.
Nell’insenatura tra le rocce, la spiaggia, la sabbia fina e bianca che contrasta con l’azzurro del mare. Hai sentito il mio arrivo, ti sollevi pigramente, ti volti, sorridi, sorrido. “Be? Cosa hai preso?” “Per cena ti va un po’ di polpo?” “Che novità!!!”, esclami ridendo. Poso il retino con preda e barattolo sulla spiaggia e mi volto verso il mare. “Scegli un colore” “Quel blu più intenso, dove nel fondale c’è la posidonia, dove si nascondono pesci e tesori perduti” “Ti va un tuffo insieme?” “Andiamo!”

[Fonte fotografia]

Dove sei?

Tornare al mare e tornare a respirare, insieme. La sabbia soffice sotto i piedi nudi, la tua schiena abbronzata, i capelli sciolti, mossi dalla brezza tiepida.
Sento il tuo respiro, distesa al mio fianco, lontana, inavvicinabile, dormi quieta, mentre tiro a indovinare cosa sogni e cerco di interpretare la tua distanza.
Ti svegli, sorridi, ti avvicini, ti lasci avvinghiare, ma non desisti.
È tutto perfetto, ma c’è sempre un “ma”.
Ti saluto, ti stringi a me, ti lasci abbracciare, forte, mi allontano inquieto. Dove sei?

Fine d’estate

Il sole basso sull’orizzonte, il tepore ormai tiepido, la risacca stanca sugli scogli.
I capelli sul viso, osservi lontano il mare. Nessun pensiero, lo sguardo perso nel seguire i gabbiani. Il bicchiere in mano, sorseggio lento e aspetto un tuo cenno.
“Andiamo a casa, è tardi”. Sorrido, “andiamo”.

Silhouette

La linea del tuo corpo evidenziata dalla luce che filtra, impossibile non riconoscere la tua silhouette, le movenze morbide, il passo deciso, ti individuerei tra mille. Aspetto un tuo passo verso di me, ritrovare le tue labbra, stringerti e sentirti nuovamente, per pochi attimi, mia, e svanire come un sogno nel sole del mattino.

Roma, ‘cci tua

Sei difficle da comprendere, nella tua complessità non hai un’anima sola, porti allo sfinimento quotidiano, ti odio!
Ogni volta dico basta, mai più, me ne vado. Piove.

Poi si apre il cielo, il tepore del sole, gli occhi si fanno grandi, e la luce inonda le strade e sei bella, come nessun’altra, come in nessun altro luogo vorrei stare. Bastarda.

Zampette rosa

C’era una volta un piccolo riccio, di quelli con le zampette rosa e il naso a punta. Se ne stava raggomitolato nella sua palla di aculei e quando aveva fame se ne andava gironzolando alla ricerca di cibo. Non aveva tanti amici e quando incontrava qualcuno si appallottolava e faceva finta di dormire.
Un giorno, mentre camminava alla ricerca di cibo, incontrò una piccola topina, con gli occhi grandi e il manto profumato. Aveva zampette piccole piccole e rosa come le sue. Iniziarono a chiacchierare e dopo un po’ il riccio si accorse che non si era appallottolato, ma che era rimasto a parlare con la topina. Il pensiero gli piacque e sorrise. Quando si salutarono si promisero di rivedersi nei giorni successivi e continuare a chiacchierare e, magari, cercare cibo insieme.
E così fu, nei giorni successivi si incontrarono di nuovo e parlarono a lungo e cercarono cibo insieme; organizzarono passeggiate e pic nic nei posti più belli della città; scherzavano e si tenevano a lungo per la zampa. A lui piaceva che avevano lo stesso colore delle zampe; a lei piaceva che quelle di lui fossero grandi e stringevano le sue proteggendola. Il riccio spesso sognava ad occhi aperti e immaginava di volare su un unicorno insieme alla topina e vedere tanti posti lontani insieme.
I giorni passavano veloci e il riccio e la topina trascorrevano tanto tempo insieme, ma ad un certo punto sorse un problema. Non potevano stare troppo vicini, anche se desideravano un contatto fisico maggiore del tenersi per la zampa: gli aculei del riccio ferivano la topina e impedivano che si potessero abbracciare. Il riccio era dispiaciuto e anche la topina era triste. Provarono far finta di niente ed accontentarsi di tenersi per mano, ma entrambi soffrivano.
Un giorno, mentre dormivano vicini, per un brutto sogno il riccio si agitò nel sonno e senza volerlo ferì la topina con i suoi aculei. La ferita era profonda e dolorante. Il riccio non sapeva cosa fare, non riusciva a pensare; la topina si curò e decise di tornare a casa sua. Per un po’ sarebbe stato meglio non vedersi. Il riccio non poté fare altro che accettare la decisione della topina e si appallottolò in un angolo triste e senza sapere bene come fare, ma certo che non avrebbero più volato a dorso di unicorno in paesi lontani. E pensò che se rimaneva appallottolato almeno non avrebbe fatto male a nessuno, soprattutto alla topina, anche se era triste di non poterla vedere più e tenerle la zampa né di poter parlare con lei, come facevano prima.

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Playa de tramuntana

Una piccola caletta riparata dagli scogli, l’orizzonte è una pennellata di azzurri, celesti, verdi, il mare quieto, la brezza fresca sulla pelle calda, le dita si sfiorano…

[Fonte dell’immagine]