Occhi socchiusi

Aspetto ogni mattina
che arrivi questo momento
qualche minuto, pochi attimi,
solo per noi, per ascoltarti,
per osservarti, per sapere come stai.

Un sabato di novembre

Sabato mattina
Come Marcovaldo
Attraverso la città
Silenziosa, ovattata.

Il vento freddo
È infine arrivato
A novembre finito
Il cielo coperto

Vino e castagne
Un gatto ai piedi
Un libro e un tè,
Con te aspetto
Che torni l’estate

Risacca

La strinsi a me, sentivo il suo corpo esile tra le mie braccia, le striature delle costole.
Tremava, aveva i capelli, biondi come il grano, bagnati dal mare, aveva freddo o… non so.
Occhi grandi mi guardavano, le guance arrossate.
Un sorriso nervoso disegnava il profilo delle labbra, così morbide, non desideravo altro.
Sciolsi l’abbraccio, non si divincolò, scivolò via, e scomparve tra i flutti.

Il polpo e la conchiglia

Un giorno una conchiglia si avvicinò a un polpo che sistemava la sua tana.
“Polpo polpo, come sei bello! Polpo polpo, quanto mi piaci!”.
“Vai via conchiglia, non ho tempo per queste scemenze”.
La conchiglia non lo ascoltò e rimase a guardarlo.
“Polpo polpo, come sei intelligente! Polpo polpo, quanto mi piaci!”.
“Conchiglia, non essere stupida, vai via!”.
“Ma polpo bello, non potrei mai lasciarti solo”.
“Conchiglia, fidati, lasciami stare!”
“Ma polpo…”
In un istante, il polpo afferrò la conchiglia con un tentacolo e se la mangiò, usando il guscio per arredare meglio la sua tana.

Archipelago Mediterraneo

È impossibile tradire un’isola. La si lascia, per poco o tanto tempo. La si osserva da lontano, da nuovi punti di vista, e vi si ritorna con occhi nuovi.
Le isole tra di loro comunicano, sanno che non le tradisci, non puoi, ma ti muovi tra loro, scivolando in punta di piedi, ascoltando di ognuna il respiro quieto della notte, affrontando il brusio della calca estiva, immergendoti nel silenzio dell’autunno e dell’inverno, risvegliandoti quando le ginestre espodono e “pittano” tutto di giallo. Le isole lo sanno, e ci accolgono nuovamente.

Agosto

A piedi nudi sulla sabbia calda, le nostre ombre lunghe sulla spiaggia, il sole che pigramente tramonta, l’acqua è tiepida, sorridi nella luce dorata, socchiudi gli occhi in attesa di un bacio.

Tentacoli

Carolina era una bambina intelligente, più intelligente delle sue coetanee. I suoi pensieri erano rapidi, veloci, arguti e profondi. E sognava tanto. Faceva sogni così densi che spesso non capiva se quello che “vedeva” era reale o solo un sogno.
Una notte sognò di stare al mare con i genitori e la sorella. Tutti erano felici e anche lei lo era. Giocavano sulla sabbia e poi facevano il bagno, fin quando il cielo diventò cupo, il mare nero incominciò a ribollire, e tentacoli viscidi comparvero e tutti erano spaventati. Carolina era terrorizzata, non riusciva a nuotare, non un fiato le uscì dalla bocca, finché non svenne.
Si risvegliò sulla spiaggia, la mamma le avvicinò una bottiglia d’acqua e un panino: “dormigliona, hai fame?”
“Dove sono?”
“Sul lettino, dove ti sei addormentata un’ora fa”
“E i mostri? E il temporale?”
“Oggi è una giornata di sole pieno! Magari piovesse un po’! E i mostri forse erano nei tuoi sogni. Perché non fai un tuffo in acqua e ti rinfreschi?”
“No!”
Gli occhi sgranati verso il mare, le ginocchia giunte al petto, e la promessa che non avrebbe mai più messo piede in acqua.

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Era un’estate afosa, più calda di quella del 2003. Decisero di andare al mare, “almeno i bambini staranno un po’ al fresco”. Avrebbe voluto andare in montagna, ma i giorni a disposizione erano pochi e il mare era indubbiamente più comodo.
Parcheggiarono sul lungomare, l’afa entrò nella macchina prepotentemente, i bambini saltarono giù e in pochi secondi erano già in spiaggia e correvano verso il mare “aspettate… mettete almeno… la crema…”.
“Lo sai, è sempre così, sono impazienti di vedere il mare”
“Già…”
“Pensieri?”
“No, figurati…”
“QUEI pensieri?”
“Eh…”
“Andrà tutto bene, vedrai! Va sempre tutto bene”
“No, ma vabbe…”
Carolina accese una sigaretta e sbuffò nervosa guardando il marito.
“Tieni, il libro che volevi, ordinato, già arrivato. Vai all’ombrellone, penso io a scaricare la macchina”.
Un mezzo sorriso, desiderava quel libro, lui -lui solo- sapeva come prenderla, come calmarla, come farla stare bene. Prese il libro e bofonchiando qualcosa si avviò verso l’ombrellone, sempre quello, da quando si erano conosciuti tanti anni prima, da quando si erano incontrati, o meglio scontrati giocando ognun per sè. Da allora ogni estate si davano appuntamento là, e poi il primo bacio, e la proposta -che tramonto meraviglioso c’era quella sera!-, e i bambini, prima uno, poi l’altra, che sentivano quel luogo tutto loro.
Indossava un costume intero, nero. I tatuaggi, quelli “da finire e colorare”, che poi erano rimasti così, scivolavano sulle braccia e sulle gambe, come decoro del costume.
La sigaretta sul lato delle labbra, gli occhiali da diva degli anni ’50 -comprati a pochi euro da Tiger-, il libro in mano, lo sguardo corrucciato, ma finalmente era serena. Sapeva che sarebbe andato tutto bene.
“Birra?”
“Mmm…”
“Oh, la vuoi una birra?!?”
“Eh?!? Ah, si, poggia là!”
“Prego sua maestà, ai suoi ordini!”
“Leggo, zitto!”
Passarono i minuti, forse le ore, continuava a leggere senza distrarsi troppo, ma birra e afa non sono una buona accoppiata.
Socchiuse gli occhi per un momento, il libro le scivolò dalle mani e cadde in un sonno profondo.
(“Russa pure!”)
Si risvegliò che era notte, aveva freddo, sulla spiaggia non c’era nessuno, il mare era fermo, oleoso. Un brivido le percorse la schiena, provò una sensazione strana.
Si sedette sul lettino e poggiò i piedi sulla sabbia: era calda, e tremava! Un tremolio sempre più forse scosse la spiaggia. Si rannicchiò sul lettino, si guardava intorno, nessuno, nessuno era là.
Il mare iniziò a ribollire, Carolina provò ad urlare, invano. Dal mare uscirono tentacoli viscidi, rivolti verso l’alto. Erano purpurei ed emanavano riflessi dorati.
Comparve suo marito, ma… era bambino. Era lui quando era piccolo, quando si erano conosciuti. Lei guardò le sue mani: erano mani di bambina, anche lei era tornata piccola, 15 anni prima.
Lui era immobile davanti al mare, le mani ai fianchi, finché alzò il braccio destro, il palmo sollevato. Dal mare emerse il corpo mostruoso che governava quei tentacoli.
Luigi abbassò il braccio e sussurrò qualcosa. Il mostro scomparve, inabissandosi. Carolina per l’emozione svenne.

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“Con questo caldo non ti dovevo far bere”
“Eh?”
“Tirati sù, hai avuto solo un colpo di sole”
“Il mare… i tentacoli…”
“Va tutto bene, Carolina, ci sono qui io con te”
Sorrise, non capì, o fece finta di non capire. Bevve un sorso d’acqua e guardò il marito. Un sorriso rassicurante sul suo volto. I bambini erano poco lontani che giocavano e ridevano.
“Hai fame?”
“No, non mangio mai”
“Tieni, crudo e mozzarella, come piace a te”
“Grazie, vuoi metà?”
“Solo un mozzico”
E sorrisero.

Vorrei portarti al mare

Vorrei portarti al mare, al mio mare, per mostrarti i luoghi a me cari.
Vorrei portarti al mare, al tuo mare, per vederti muovere nei tuoi spazi familiari.
Vorrei portarti al mare, e osservare i tuoi sorrisi grandi e gli occhi luminosi.
Vorrei portarti al mare, e mostrarti come sono davvero.
Vorrei portarti al mare, e con te immergermi tra i flutti e scoprire insenature solo nostre.
Vorrei portarti al mare, per essere, un giorno chissà, Noi.

Fiera

Teneva il calice di vino a mezz’aria e mi guardava.
Quello sguardo così fiero, quasi freddo e distaccato, ma ipnotico e attraente, mi osservava, senza muovere un muscolo del viso, senza dire una parola.
Era bellissima, non sapevo cosa dire, non riuscivo a parlare.
Era un’attesa quieta, la sua, non si spazientiva, aspettava e basta.
Imbambolato, non riuscii a reggere più lo sguardo. Sorrise, quant’era bella!, aveva vinto, e lo sapeva. Ora tutto poteva avere da me