Il mare

Mare quieto o inquieto, fragore delle onde o sciabordio pigro delle barche, non importa il suo stato, la sua possenza, la sua grandezza è tale che sempre porto rispetto al mare. Mi chiama, sempre, mi attira a sé. Se sono inquieto mi placo, se sono sereno sto bene.
La brezza mi accarezza, il sole mi scalda, la sabbia soffice mi accoglie, lo scoglio duro mi sostiene.
È il mare, più grande di me, immenso, ne ho timore, ma non posso stare senza. Mi protegge, mi porta a casa.

Onde

Essere e poi non più.
Andare e venire, come onde di un mare inquieto.
Aprire scatole, richiuderle, senza mai sigillarle, aprirle nuovamente.
Smettere di pensare, senza mai dimenticare, fino a quanto torna, più forte, vivo il ricordo, ineluttabile presenza.
Rimanere senza fiato, tornare a respirare, riemergere dopo un’onda troppo grande, affogare temendo/sperando sia per sempre.

Ma quando poi spunta quel raggio di sole, il tepore è tale, la luce risplende tanto, che vorresti non fosse finita mai.

Attesa

Aspettando un nuovo tramonto, aspettando il tepore del sole, la luce calda che avvampi il tuo volto, che faccia brillare i tuoi occhi cangianti, che delinei la perfezione delle tue labbra, aspettando te.

Attesa al faro

Seduto ai piedi del faro, scaldato dal tepore dell’ultimo sole, scosso dalle raffiche del maestrale. Le gambe penzoloni sulla scogliera, il fragore del mare sotto di me, nell’attesa di incrociare nuovamente i tuoi occhi, sfiorare la tua pelle, tornare a giocare con i tuoi polpastrelli, intrecciando le mie mani con le tue.

Il faro

Mi faccio largo tra gli scogli, raggiungo la sabbia, ora l’acqua è più bassa, tocco bene, la testa e il torace oltre la superficie. Sollevo la maschera, guardo la piccola insenatura davanti a me. Sei distesa, sonnecchi, la schiena dorata al sole, indossi solo lo slip nero. I capelli ambrati svolazzano nella brezza leggera.
Poco oltre osservo il nostro paradiso. Un’isoletta pianeggiante, poco più grande di un campo di calcio, la vegetazione bassa e solo alcuni pini a fare ombra su una radura.
Sulla cima di un piccolo promontorio il faro bianco e una casa quadrata, bianca e le finestre azzurre. La nostra casa. Il portico verso la spiaggia e un gatto appallottolato su un muretto. Poco più in là il molo di cemento e la barchetta di legno. Solo una cima la tiene legata alla riva.
Nell’insenatura tra le rocce, la spiaggia, la sabbia fina e bianca che contrasta con l’azzurro del mare. Hai sentito il mio arrivo, ti sollevi pigramente, ti volti, sorridi, sorrido. “Be? Cosa hai preso?” “Per cena ti va un po’ di polpo?” “Che novità!!!”, esclami ridendo. Poso il retino con preda e barattolo sulla spiaggia e mi volto verso il mare. “Scegli un colore” “Quel blu più intenso, dove nel fondale c’è la posidonia, dove si nascondono pesci e tesori perduti” “Ti va un tuffo insieme?” “Andiamo!”

[Fonte fotografia]

Dove sei?

Tornare al mare e tornare a respirare, insieme. La sabbia soffice sotto i piedi nudi, la tua schiena abbronzata, i capelli sciolti, mossi dalla brezza tiepida.
Sento il tuo respiro, distesa al mio fianco, lontana, inavvicinabile, dormi quieta, mentre tiro a indovinare cosa sogni e cerco di interpretare la tua distanza.
Ti svegli, sorridi, ti avvicini, ti lasci avvinghiare, ma non desisti.
È tutto perfetto, ma c’è sempre un “ma”.
Ti saluto, ti stringi a me, ti lasci abbracciare, forte, mi allontano inquieto. Dove sei?

Fine d’estate

Il sole basso sull’orizzonte, il tepore ormai tiepido, la risacca stanca sugli scogli.
I capelli sul viso, osservi lontano il mare. Nessun pensiero, lo sguardo perso nel seguire i gabbiani. Il bicchiere in mano, sorseggio lento e aspetto un tuo cenno.
“Andiamo a casa, è tardi”. Sorrido, “andiamo”.